DEF, una resa senza condizioni

Nota di Lapo Cantini

DEF

Il governo ha varato ieri il Documento di economia e finanza con numeri tutt’altro che rassicuranti: crescita economica ridotta ai minimi termini (+0,2%),  rapporto deficit/Pil al 2,4%, debito pubblico che raggiunge la soglia vertiginosa del 137,1%.

L’operazione verità di Tria pone dunque fine alle ambiguità degli ultimi mesi.

Si dice infatti con grande chiarezza che sarà equivalente a zero il contributo alla crescita dei due principali provvedimenti targati Lega Nord e Cinque stelle, ovvero reddito di cittadinanza e quota 100.

Alla fine, dunque, anche chi, fino a pochi giorni fa, parlava di quello che avrebbe potuto essere “un anno bellissimo” si è dovuto arrendere (senza condizioni) all’evidenza dei fatti (e dei numeri).

E’ proprio il DEF, infatti, a dirci che l’esile crescita dello 0, 2% sarà in parte determinata dal decreto crescita e sblocca cantieri, peraltro ancora nemmeno pronti, data la persistente divergenza tra alleati su alcuni punti esiziali del provvedimento.

Stando cosi le cose diventa davvero impervio il percorso per disinnescare le clausole IVA del prossimo anno ed impostare una politica economica che non prevveda manovre correttive e tagli pesanti alla spesa pubblica.

E sembrano anche francamente fuori luogo i riferimenti a provvedimenti di FLAT TAX  (con una o due aliquote) e riduzione fiscale, che, data la situazione delle finanza pubblica ci porterebbe, senza adeguata copertura, ad una situazione di non ritorno.

E’ vero che la congiuntura internazionale non è granché favorevole ma noi cresciamo comunque meno (se non molto meno) di altri e ciò è principalmente dovuto ad un vizio di origine.

Ovvero aver privilegiato l’innalzamento della spesa pubblica rispetto al taglio delle imposte ed al  sostegno alle imprese e/o investimenti.

Per non parlare poi delle continue risse su TAV ed infrastrutture che hanno ulteriormente rallentato o allontanato ulteriori investitori (anche internazionali) dal paese.

Sempre ieri il Fondo Monetario internazionale individuava nella gravosa situazione del nostro  debito sovrano una reale minaccia alla stabilità dell’Unione Europea, alla pari di Brexit e guerra commerciale USA/CINA.

Eppure si continua a fischiettare come nulla fosse, progettando chissà quali “sorti magnifiche e progressive” per il nostro paese.

Andrà cosi almeno fino alla prossima scadenza elettorale per il Parlamento Europeo.

Poi, chissà, forse, dal giorno dopo, si potrà cominciare, più o meno seriamente, a parlare di come salvare il paese (da se stesso e da chi crede nelle favole).     

10 aprile 2019
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