Con il Si TAV nasce il “Partito del PIL”

Tanto tuonò che piovve

TAV

Tanto tuonò che piovve.

Ebbene si, sembra che si sia davvero materializzato il “Partito del PIL”.

E’ successo in questi giorni a Torino, come diretta conseguenza dell’ odg “No Tav” approvato in Consiglio Comunale dalla maggioranza grillina anche per provare a rinsaldare, in qualche modo, le basi del movimento dopo l’amaro calice ILVA e TAP.

Proprio da questa grottesca decisione è partita una mobilitazione spontanea di associazioni di categoria (tra cui anche Confesercenti), professionisti, partite IVA, imprenditori che sono scesi più volte in piazza e hanno anche promosso una raccolta firme (già superata quota 50.000 adesioni) per ribadire l’inderogabile necessità, per Torino e tutto il Piemonte, di realizzare quelle infrastrutture (tra cui naturalmente anche la Lione-Torino) già progettate (e finanziate ) da tempo.

In politica funziona cosi: quando si crea un vuoto prima o poi qualcuno lo riempie.

In questo caso, anche per la latitanza delle opposizioni, si è creata la necessità di mettere insieme e quindi dar voce a tutti coloro che non si rassegnano alla decrescita infelice del territorio, all’arroganza di comitati e gruppi di pressione che rappresentano poco o niente, a prese di posizione del tutto ideologiche che mal si conciliano con l’interesse di chi, tutti i santi giorni, cerca di mandare avanti la baracca.

Ha segnato la storia recente del nostro paese la famosa marcia dei quarantamila quadri FIAT del 14 ottobre 1980 in segno di protesta contro i picchettaggi che impedivano loro, da 35 giorni, di entrare in fabbrica.

Una manifestazione che, in qualche modo, impresse una svolta al clima politico e sindacale del tempo, inducendo i sindacati a chiudere la vertenza con un accordo complessivamente favorevole per la casa automobilistica torinese.

Quasi quaranta anni dopo, gli autoconvocati di Torino potrebbero portare a casa un risultato altrettanto rivoluzionario, contribuendo, in qualche modo, ad un cambiamento radicale nell’opinione pubblica del paese.

Forse, dopo qualche anno di “impazzimento” generale dovuto alla crisi economica e alla conseguente crisi di credibilità del cosiddetto establishment stanno recuperando un po’ di terreno le forze che non rifuggono dalla sfida della competizione globale e che spingono per una generale modernizzazione del paese.

Basta con pregiudizi e con chi vede, sempre e comunque, corruzione e malaffare.

Si combattano, certo, le organizzazioni criminali soprattutto se operano nel campo degli appalti pubblici e delle grandi commesse statali.

Ma un grande paese come il nostro non può rinunciare a infrastrutture, grandi opere, approvvigionamento energetico.

Fare a meno di tutto questo significa mortificare la grande e piccola industria italiana, (per fortuna ancora tra le più vitali in Europa e nel Mondo), mettere in discussione il futuro del lavoro e dunque anche quello dei nostri figli.

Diciamo una volta per tutte che quello della “decrescita felice” non è un mito da perseguire nella costruzione di chissà quale società ideale, ma,  piuttosto, una balla colossale che, se imposta al paese, non farà che moltiplicare miseria e conflittualità sociale.

Ecco perche confidiamo, almeno per il momento,  in quanto sta avvenendo a Torino e dintorni: le imprese del nostro paese hanno bisogno di alzare la voce sulle necessità di crescita e sviluppo del territorio.

Se poi queste istanze trovano rispondenza nei programmi e nell’azione di partiti e movimenti politici bene, anzi meglio, altrimenti faremo da soli.

Tanto siamo abituati a “fai da te”, dico bene? 

Di Lapo Cantini

 

 

 

7 novembre 2018
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