(Non più) ogni maledetta domenica?

Nota di Lapo Cantini

Via Calzaiuoli

Dopo alcuni mesi di “impasse” che avevano fatto seguito all’annuncio estivo del vicepremier Di Maio su un disegno di legge che ponesse fine alla deregulation orari di vendita del commercio, l’iter legislativo in questione sembra finalmente prendere forma.

Proprio in questi giorni è infatti stata depositata in Commissione attività produttive della Camera la proposta del governo in materia, (relatore Andrea Dara, Lega) che prevede la possibilità per le Regioni di definire un piano triennale di aperture, d’intesa con enti locali ed organizzazioni di categoria e dei lavoratori.

Su un totale di 52 domeniche si potrà tenere aperta l’attività per un massimo di 26 giorni, mentre delle 12 festività religiose e laiche a cadenza annua saranno solo n.4 i giorni in cui si potrà  complessivamente svolgere l’attività’.

Sono inoltre previste alcune deroghe, per esempio per le attività operanti nei  centri storici e le città d’arte e per quelle che, pur non rientrando in tale casistica, hanno una certa dimensione e struttura aziendale (150 mq nei comuni fino a 10.000 abitanti, 250 mq nei comuni oltre 10.000 abitanti).

Il provvedimento contiene in sé qualche elemento bizzarro e sicuramente arbitrario (per esempio quello appena citato che lega la possibilità di apertura ai metri quadri dell’attività, favorendo Golia invece di  Davide..) ma ha sicuramente il merito di riaprire una discussione, quella sugli orari delle attività commerciali che, negli ultimi anni, sembrava ormai dimenticata dall’agenda politica nazionale.

D’altronde è sotto gli occhi di tutti come la deregulation selvaggia introdotta da Monti negli ultimi giorni del 2011 quando il paese era a rischio bancarotta e l’attenzione di tutti era rivolta allo spread , sia servita forse a qualche players della Gdo ma non certo al paese nel suo complesso.

Oggi, a distanza di 7 anni dal provvedimento possiamo infatti fare un bilancio e constatare come le cose non stiano esattamente come sostiene qualche manager che oggi mostra un po’ di stizza per come si sta evolvendo l’iter normativo.

I  consumi per esempio non sono aumentati, ma anzi (soprattutto nel settore alimentare ed abbigliamento) si sono contratti e non poco.

Anche il tanto decantato aumento di posti di lavoro legato all’allungamento del nastro orario di vendita, (soprattutto se si considerano anche i piccoli imprenditori che hanno dovuto cessare o ridimensionare la loro attività perché impossibilitati a competere su questo specifico terreno) è stato un vero e proprio flop.

Da un punto di vista quantitativo, e questo ce lo dicono i numeri, ma non solo: anche sotto il profilo della qualità dei posti di lavoro prodotti occorrerebbe fare una riflessione.

Si sono infatti visti contratti di ogni genere e tipo, ma pochissimi quelli con una certa parvenza di certezza e stabilità per il lavoratore.

Se poi vogliamo fare anche un’analisi costi benefici più completa (come peraltro oggi sembra andar di moda per altre ed importante vicende politiche nazionali, sigh) bisognerebbe anche affrontare il tema dei danni, davvero ingenti, che le liberalizzazioni hanno fatto a gran parte dei  nostri centri storici, in termini di desertificazione, perdita di attrattività e servizi, incremento del degrado e della percezione di insicurezza.

Ecco perché riteniamo che sul tema sia giusto intervenire, naturalmente con tutte le deroghe del caso (per realtà turistiche e città d’arte sicuramente) ma ponendo al centro del provvedimento la necessità di una nuova programmazione degli orari.

Da stabilire a livello locale riassegnando un ruolo decisionale ai Comuni, alle associazioni di categoria, alle aggregazioni dei commercianti.

E poi, finalmente, non sarà più OGNI MALEDETTA DOMENICA.               

13 febbraio 2019
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