Il partito del no che affossa il PIL

Nota di Lapo Cantini

PIL

Tanto tuono che (non) piovve.

Sembrava quasi ineluttabile, fino a pochi giorni fa, una crisi del Governo per le divisioni sul fronte TAV.

Invece, a poche ore dall’’avvio dei bandi di gara TELT da 2,3 miliardi per completare le due canne della galleria tra l’imbocco di Saint Jean de Maurienne e il confine italiano, si è trovata una “non soluzione” che ha rinviato di sei mesi il problema, cosi ricompattando la maggioranza di governo.

Una toppa peggio del buco, una soluzione di “politique politicienne” all’italiana propria di un paese perennemente immobile sulle proprie (ormai fragili) posizioni.

Una nazione oramai perlopiù retriva all’innovazione, che difficilmente accetta di uscire dalla propria “comfort  zone” per confrontarsi con le nuove sfide della competizione globale.

Senza girarci troppo intorno è poi questo il motivo principale della scarsa produttività del Paese che, negli ultimi anni, è sempre cresciuto molto poco anche al netto e ben oltre le cicliche crisi dell’economia mondiale.

Si preferisce fare debito ( ancora!) anziché scommettere su investimenti, infrastrutture, imprese innovative e che fanno ricerca.

Da questo punto di vista il caso TAV è emblematico.

Tutti giorni ci si riempie la bocca con la necessità di sbloccare immediatamente cantieri e lavori pubblici facendoli fuoriuscire dalla pastoia burocratica in cui sono stati cacciati dal cronico malfunzionamento di Stato ed enti locali.

Ma poi, quando si può dar vita ad una opera strategica per il paese (finanziata peraltro, in larga parte, con fondi europei) ci si affida al codicillo e alle lettere “in punta di diritto” per rinviare il tutto.

Il problema è che la TAV è solo la punta dell’iceberg.

Nel paese ormai imperversano comitati e aggregazioni più o meno spontanee di cittadini che, in nome del cosiddetto “Not in my Back Yard” si oppongono  un po’ a  tutto: termovalorizzatori, forni crematori, trivelle, centrali elettriche, grandi e piccole opere infrastrutturali.

 E’ il cosiddetto partito del NO che ci costa, eccome, in termini di crescita, occupazione, lavoro, PIL.

Forse non ce ne accorgiamo ma è il partito che ci impedisce di competere ad armi pari con le altre realtà economiche emergenti nel mondo, che affossa il nostro sistema manifatturiero, che rende e renderà più difficoltoso il futuro dei nostri figli.

Se vogliamo debellare questo virus possiamo far ricorso ad un  unico anticorpo: ricostruiamo, dopo anni di  disintermediazione, l’ossatura delle comunità intermedie sancita  nel dettato costituzionale e rimettiamo in mano a quest’ultime la funzione, essenziale in ogni democrazia evoluta, di selezionare e aggregare gli interessi. 

Sindacati, associazioni di categoria, partiti politici non fanno parte delle elites che congiurano contro il popolo, come qualcuno oggi vorrebbe far credere.

Ma, anzi, è solo attraverso questi strumenti e l’esercizio della rappresentanza delegata che si realizzano compiutamente gli interessi dei cittadini e della comunità a cui quest’ultimi appartengono.

E quindi si fa e non si disfa, perché è questo, alla fine, ciò che si deve chiedere alla politica in una democrazia adulta e consapevole. 

         

 

 

13 marzo 2019
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