Il partito del PIL, ultima vedetta del Titanic

Calano gli occupati e gli indici di fiducia

Fiscale

Si e’ materializzato lunedì 3 dicembre a Torino, con la presenza di oltre 3000 imprenditori rappresentanti di imprese, artigiani, cooperative, costruttori, agricoltori e commercianti il cosiddetto “Partito del Pil” che ormai imperversa, da alcune settimane, nel dibattito politico ed economico del Paese.

Con la convention di lunedì 3 dicembre, infatti, ben 12 associazioni di categoria rappresentative di questo mondo hanno siglato un manifesto comune a favore della Torino-Lione, ribadendo al governo che “le grandi opere sono essenziali e propedeutiche alla crescita ”.

Presente, naturalmente anche la Confesercenti con la presidente Nazionale Patrizia De Luise, tra l’altro unica donna a parlare dal palco appositamente allestito per l’occasione.

Molto dure le parole del Presidente di Confindustria Boccia che ha invitato il Governo ad evitare la procedura di infrazione europea, tagliando immediatamente 4 miliardi di maggiore spesa, cosa questa che, come noto, porterebbe il rapporto Deficit-Pil sotto la fatidica soglia del 2%.

Se ciò non dovesse malauguratamente avvenire, al Premier Conte non resterebbe che dimettersi, ha aggiunto il leader confindustriale.

Simili prese di posizione dimostrano come, dopo i primi 6 mesi di luna di miele, qualcosa si sia irrimediabilmente rotto nell’iniziale idillio tra PMI e governo gialloverde.

Anche nelle roccaforti leghiste del Nord-Est, dove si e’ sempre registrata una naturale simbiosi tra il movimento di Salvini ed il tessuto economico ed imprenditoriale più importante d’Europa per diffusione e capillarità, si comincia a guardare con una certa diffidenza ad  una maggioranza di governo  che, nelle ultime settimane,  ha collezionato solo numeri negativi sul fronte della crescita economica .

Calano infatti gli occupati, gli indici di fiducia di cittadini ed imprese e, mazzata finale degli ultimi giorni,  anche il prodotto interno lordo dell’ultimo  trimestre dell’anno incappa anch’esso  in un segno negativo  (0,1%).

Dato questo che, tra l’altro, trasforma in una chimera l’ipotesi crescita 1, 5% stimata dal Governo per il 2019, e quindi mina la diga Maginot precedentemente eretta da Tria a difesa dell’improvvido 2,4% deficit/Pil insito nella manovra.

Quello che viene contestato dal partito del Pil (e anche dalla UE) e’ proprio questo: non solo si vuole fare più deficit (con uno dei debiti pubblici più alti d’Europa e del mondo), ma anziché destinare queste risorse per investimenti, crescita economica, riduzione del peso fiscale su cittadini ed imprese, si aumenta la spesa pubblica improduttiva.

Lo si fa soprattutto con due provvedimenti ormai ben noti nella loro dimensione e portata: la riforma della legge Fornero e il reddito di cittadinanza.

Anche se le cifre ballano tutti i giorni,non vi e’ dubbio che il nostro delicato sistema di finanza pubblica non può reggere l’entità di tali provvedimenti: i mercati, le agenzie di rating e i grandi gli investitori internazionali ( ma anche i piccoli risparmiatori italiani ) lo sanno e ciò spiega ampiamente l’andamento dello spread.

Se a questo poi si aggiunge che da qui a poche settimane si porrà definitivamente fine al “quantitative easing”, ovvero all’acquisto di titoli di stato italiani da parte delle BCE, c’è di che preoccuparsi, eccome.

Come ha detto in questi giorni un autorevole esponente del mondo produttivo, ci sembra quasi di fare le vedette sul Titanic, mentre tutto il resto del mondo fa finta di nulla, si abbuffa, canta e balla nella stiva.

Speriamo solo di saper invertire la rotta ed evitare, anche “in zona Cesarini” l’iceberg della procedura di infrazione a europea.

Abbiamo solo pochi giorni per farlo, e tutte le speranze, a quanto sembra, sembrano  riposte  nel negoziato Conte-Junker.

Confidiamo si possa raggiungere quanto prima un accordo: ne hanno assolutamente bisogno le oltre 3000 imprese riunitesi ieri a Torino.

Ma anche le famiglie italiane, che non sappiamo quanto potrebbero reggere un altro, indefinito periodo di decrescita economica e ulteriore perdita del potere di acquisto.     

      

6 dicembre 2018
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