Studiare meno? No, Meglio!

Una riflessione di Lapo Cantini, Responsabile Relazioni Esterne Confesercenti Firenze

Giovani

Ha fatto molto discutere, in rete e sui principali media nazionali, la lettera aperta di Mauro Gola, Presidente Confindustria Cuneo, ai genitori i cui figli devono iscriversi, proprio in questi giorni, alle scuole superiori.

Sono andato a rileggermi integralmente la lettera, senza interpretazioni, sintesi e forzature proprie di alcuni meccanismi gridati che ormai appartengono ad una comunicazione troppo “social”.

A onor del vero, devo dire che non vi ho trovato niente di particolarmente deleterio o sconvolgente.

Nessun invito “a non studiare”, ma semmai una cruda rappresentazione delle realtà da cui emerge come la principale esigenza delle imprese (e dove sta la novità?) sia riconducibile alle figure di operai e tecnici specializzati, addetti agli impianti e macchinari.

Figure professionali che latitano, soprattutto adesso che la ripresa economica traina l’export e la produzione industriale sta (finalmente) toccando livelli pre-crisi.

Sembra impossibile, ma in uno dei paesi con la maggiore incidenza di disoccupazione giovanile a livello UE,  si fatica terribilmente a trovare personale qualificato per molte, troppe aziende, piccole e grandi, che compongono il nostro tessuto economico e produttivo.

Ci sono almeno due elementi che, in parte, spiegano questo paradosso tutto italiano.

Il primo è di carattere culturale e di “costume”: non sono certo più i tempi in cui il poeta Sandro Penna declamava “Eccoli gli operai sul prato verde a mangiare: non sono forse belli?”

Oggi, a torto o a ragione, ben altri sono i modelli di riferimento di una società post -industriale e post- fordista.

L’altro invece attiene più ai nostri modelli di scuola e formazione, che, nonostante i progressi degli ultimi   anni, rimangono ben lontani dal colmare l’ormai noto (e storico) divario con il mondo delle imprese e del lavoro.

Siamo distanti anni luce, per esempio, dal Dualsystem tedesco in cui non esiste il concetto di studio separato dalla prassi professionale e si prevede pertanto un collegamento diretto e continuativo con il mondo del lavoro, anche e soprattutto durante gli anni di liceo.

E, comunque, gran parte della formazione (durante e dopo gli studi)  si fa in azienda, senza alcun costo o aggravio per quest’ultima, cosa questa  che certo non possiamo dire accada anche nel nostro paese.

Ecco, questi al momento sono due scogli insuperabili rispetto alla necessità di abbinare, su alcuni settori del manifatturiero (ma anche dei servizi, si pensi alla carenza di camerieri o addetti banco macelleria/ panetteria per fare qualche esempio concreto) domanda e offerta di lavoro.

Poi ha ragione il Ministro Calenda quando in tivù si accalora sul fatto che non devono esistere professioni di serie A e B e ricorda, al contempo, che tanti imprenditori di grande importanza nella storia del nostro paese sono partiti proprio dalla fabbrica.

E’ vero, sacrosanto, ma poi ecco il domandone di Marzullo:  “La vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere meglio”?

E sicuramente sognare per i propri figli una “una professione liberale” o un  futuro da Top Manager aiuta a vivere meglio.

Per gli anni di liceo e Università sicuramente….. dopo chissà.      

7 febbraio 2018
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